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Neuroscienze

Eccezionale passo avanti della ricerca: individuata una particolare proteina per il trattamento dell’Alzheimer

Scritto da Gianluca Tortora
Ha del sorprendente un recente studio effettuato dall’Università di Scienze e Tecnologia di Hong Kong in collaborazione con l’Università di Glasgow sul trattamento del morbo di Alzheimer. Il fulcro della ricerca ruota attorno al ruolo di una particolare proteina, l’IL-33, la cui carenza si è riscontrata in particolar modo nei portatori attivi della patologia.

 

L’evoluzione del disturbo

confronto tra cervello sano e cervello Alzheimer

Un confronto visivo tra tessuto cerebrale sano e tessuto cerebrale in presenza del morbo di Alzheimer.
Credit: © Alzheimer’s Association (www.alz.org)

Il disturbo altro non è che il risultato di una lenta e progressiva disgregazione dei neuroni causata da un eccessivo accumulo di beta-amiloide, protide il cui eccesso è considerato causa della formazione delle placche amiloidi. Tali cumuli, uniti anche ad un altro tipo di lesione causata dai grovigli neurofibrillari (formati dall’aggregazione di proteine Tau difettose in una massa densa ed insolubile), rende impossibile alle cellule nervose di generare segnali elettrici e sostanze nutritive essenziali. Ciò comporta automaticamente l’incapacità di comunicare tra di esse e, successivamente, la morte.

Quello che i ricercatori hanno scoperto è, come già precedentemente affermato, una diretta proporzionalità tra l’avanzamento della malattia e la diminuzione della proteina IL-33.

 

Interleuchina 33

L’interleuchina 33, questo il nome completo della proteina, è prodotta essenzialmente da svariati tipi di cellule del corpo umano, ed è particolarmente abbondante nel sistema nervoso centrale (SNC) e nel midollo spinale. Il suo compito è quello di attivare le cosiddette “cellule spazzino” della microglia, che aggrediscono in maniera mirata le placche ed i grovigli, sciogliendoli grazie ad un enzima: la Neprilisina.

Cosa succederebbe se si provasse ad iniettare una certa quantità di questa molecola per ripristinarne gradualmente il livello fisiologico nel SNC?

In primis sono stati allevati alcuni topi in grado di sviluppare i danni tipici della malattia di Alzheimer. Inoculando, successivamente, un certo quantitativo giornaliero di IL-33 è stata osservata una crescente pulizia delle placche amiloidi tossiche, una diminuzione del tessuto nervoso infiammato e l’attivazione di una sorta di processo di prevenzione. Come conseguenza, si è ottenuto il ripristino della memoria e delle funzioni cognitive, praticamente pari a quello dei topi sani, il tutto entro una settimana dalla prima somministrazione.

Quali potrebbero essere i possibili risvolti in ambito clinico? Onde evitare facili entusiasmi occorre comunque sapere che le probabilità di successo, traducendo la sperimentazione da animale ad umana, sono notevolmente basse. Si parla di possibilità attorno all’8%, considerando anche i tanti “falsi positivi” del recente passato e, soprattutto, a causa dell’origine praticamente sconosciuta del morbo negli uomini. Ciò comporta, quindi, un cauto ottimismo, in attesa dell’ormai prossimo avvio della fase di test tossicologici, che si preannunciano ad ogni modo carichi di aspettative.


Approfondimenti
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Informazioni autore

Gianluca Tortora

E’ laureato alla triennale di Ingegneria Biomedica presso l’Università Degli Studi di Napoli “Federico II”. Appassionato del mondo tecnologico applicato all’ambito bio, ha deciso di proseguire il proprio percorso specialistico in Ingegneria Elettronica al Politecnico di Torino.

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