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Sistemi Protesici Terapia e Chirurgia

Nuove soluzioni protesiche miniaturizzate per la rizoartrosi: l’ispirazione arriva dall’anca

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L’artrosi associata all’articolazione metacarpo-falangea del pollice è una delle più diffuse forme di artrosi al mondo. Questa ha rappresentato una condizione invalidante per le persone che ne soffrono, dal momento che l’approccio terapeutico standard non consente il ripristino delle funzioni della mano. Al Policlinico Gemelli di Roma è stata adottato un nuovo approccio nella pratica chirurgica, sfruttando l’utilizzo di protesi che prendono ispirazione da quelle dell’anca. L’utilizzo di queste protesi miniaturizzate consente di conservare la mobilità dell’articolazione e garantisce tempi di recupero di circa due settimane.

La rizoartrosi: quando l’artrosi riguarda il pollice

La rizoartrosi è una specifica tipologia di artrosi che insorge alla base del pollice, in particolare nell’articolazione metacarpo-falangea.

Si tratta della più frequente forma di artrosi nel mondo e si stima che a soffrirne sia una donna su 4 e un uomo su 12 sopra i 70 anni, ma può colpire anche soggetti più giovani. Questa patologia è particolarmente invalidante a causa del ruolo fondamentale del pollice nella funzione prensile della mano. L’articolazione coinvolta consente un’ampia libertà di movimento e, se compromessa, può causare dolore cronico e una marcata limitazione funzionale (Figura 1).

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Figura 1. Rappresentazione di un’infiammazione da rizoartrosi. Credits: IRCCS Istituto ortopedico Rizzoli

Approfondimento: Cos’è l’artrosi?

Trattamenti ad oggi adottati

Nonostante la rizoartrosi sia una patologia degenerativa, quindi irreversibile e non propriamente curabile, ad oggi esistono una serie di tecniche che consentono di ridurne il dolore e rallentarne il decorso. Quando è ancora nelle sue fasi iniziali, la patologia può essere trattata in modo conservativo utilizzando tutori termoplastici e terapie antinfiammatorie:

  • I tutori termoplastici stabilizzano l’articolazione senza bloccare il movimento dell’intero pollice e possono essere anche personalizzati e disegnati su misura per il paziente.
  • Le terapie, invece, si distinguono in farmacologiche (per via sistemica o infiltrativa) e fisiche (alcuni esempi sono la Tecar terapia, l’utilizzo di guanto caldo di paraffina, la laser-terapia o a raggi infrarossi).

Quando la malattia è in uno stato avanzato, le ossa sfregano tra loro provocando dolore persistente. In questa circostanza le terapie conservative non sono sufficienti e si deve ricorrere alla chirurgia. In passato, l’unica opzione era l’artrodesi (i.e., fusione articolare), che eliminava il dolore ma bloccava il movimento del pollice.

Successivamente si sono diffusi gli interventi di legamento-plastica (o tenoplastica), che prevedono la rimozione del trapezio e la ricostruzione dell’articolazione tramite l’utilizzo di tendini del paziente. Questi interventi, seppur efficaci, comportano lunghi tempi di recupero (fino a 3 mesi) e una parziale perdita della forza prensile.

Miniaturizzazione della protesi d’anca per il pollice

La novità degli ultimi anni è rappresentata dalle mini-protesi trapezio-metacarpali, ispirate alle protesi d’anca.

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Figura 2. Professor Lorenzo Rocchi – Università Cattolica del Sacro Cuore e direttore UOC di Ortopedia e Chirurgia della mano di Fondazione Policlinico Gemelli. Credits: Policlinico Gemelli

Le versioni iniziali, introdotte negli anni ’90 del secolo scorso, avevano problemi di stabilità e durata.

Dai primi anni 2000 sono state sviluppate protesi modulari, più affidabili e performanti. La struttura di queste miniprotesi – del tutto identica a quella delle protesi tradizionali di anca – consiste in:

  • uno stelo – che viene inserito nel metacarpo
  • una coppa – che viene posizionata al centro del trapezio
  • una testina mobile – che, collegata tramite un collo, consente il movimento fluido del pollice (Figura 2).

Approfondimento: La protesi d’anca

Tutti i componenti sono tipicamente ricoperti di materiale biocompatibile ruvido, come titanio, leghe cromo-cobalto o acciaio inossidabile, in modo da favorire l’osteointegrazione del dispositivo e la stabilità nel tempo (Figura 3). L’intervento non è particolarmente invasivo e consente di avere un ridotto dolore post-operatorio. La mano, a valle dell’operazione, viene semplicemente protetta con un bendaggio morbido per due settimane, che permette di iniziare da subito la mobilizzazione del pollice. Tuttavia il recupero deve essere opportunamente supportato da un percorso di riabilitazione specifica.

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Figura 3. Radiografia di una mano affetta da rizoartrosi prima e dopo l’intervento protesico. A sinistra, si può notare come l’articolazione metacarpo-falangea risulta completamente consumata dall’artrosi. Credits: IRCCS Istituto ortopedico Rizzoli

Una pratica in via di diffusione

Nonostante protesi di questo tipo siano presenti da anni sul mercato, la pratica chirurgica che le coinvolge, denominata artroplastica protesica dell’articolazione trapezio-metacarpale, ha impiegato del tempo a diffondersi nei diversi centri ortopedici.

Il Policlinico Gemelli di Roma, ad esempio, è arrivato a svolgere più di cento di questi interventi ogni anno, trasformando questa tecnica in una pratica clinica consueta.

In ogni caso, questo tipo di tecnica non è adatta a tutti i pazienti. In presenza di gravi deformità ossee o artrosi estesa anche ad altre articolazioni della mano, si preferisce eseguire la trapeziectomia totale, che prevede la rimozione del trapezio e la successiva ricostruzione dell’articolazione usando una parte dell’abduttore lungo del pollice. Questo intervento mantiene una buona funzione articolare, ma riduce la forza. 

La miniprotesi, tuttavia, anche a valle del periodo di riabilitazione, non consente di forzare eccessivamente l’articolazione con carichi pesanti. Ciò rende l’operazione non indicata per chi svolge lavori pesanti che richiedano l’uso della mano.

Conclusioni

L’introduzione di protesi miniaturizzate ispirate all’articolazione dell’anca ha dimostrato risultati promettenti in termini di riduzione del dolore, recupero funzionale e miglioramento della qualità della vita per molti pazienti che soffrono di rizoartrosi. Nonostante sia una tecnica di successo, non tutti i pazienti possano avere accesso a questo tipo di cura. Pertanto, saranno necessari ulteriori studi a lungo termine per confermare l’efficacia e la durabilità di questi impianti nel tempo.

Questa nuova tecnica dimostra come nella scienza medica l’innovazione spesso derivi dall’osservazione e dall’adattamento di soluzioni già esistenti, applicandole in contesti diversi con le dovute modifiche. Il principio alla base di molte protesi, come quella d’anca, può, infatti, essere riutilizzato in distretti corporei differenti, come nel caso della rizoartrosi, semplicemente adattando forme, materiali e dimensioni. Questo approccio consente di affrontare problematiche diffuse con strumenti già in parte collaudati, riducendo i tempi di sviluppo e migliorando l’efficacia dei trattamenti.


Fonti e approfondimenti:

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Informazioni autore

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Francesca Schettino

Studente di dottorato in bioingegneria presso l'Università Campus Bio-Medico e il CERN, ho svolto il mio tirocinio di tesi magistrale presso l'Istituto di Biorobotica della Scuola Superiore Sant'Anna.
Appassionata di tecnologia ed innovazione mi piace coniugare competenze tecniche e capacità comunicative.

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