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Sistemi Protesici

Open Socket: la progettazione biomedica di protesi al servizio dei paesi in via di sviluppo

Scritto da Claudia Tizzoni
Troppo spesso la ricerca biomedica, lo sviluppo di nuovi prodotti e l’accesso alle cure risultano distanti dalle reali esigenze dei pazienti. Questo gap è maggiormente evidente quando si considerano le necessità dei paesi in via di sviluppo.

Amputazioni di arto nel mondo

La mappa riportata di seguito consente di localizzare gli “hot-spot” dei casi di amputazione di arto nel mondo: circa l’80% delle persone con arti amputati vive in paesi in via di sviluppo e per diverse ragioni, tra le quali i costi elevati delle cure, solo il 2% di queste persone può beneficiare di un impianto di protesi.

mappa

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Bump

Nel 2008 l’osservazione di questi dati ha spinto un gruppo di studenti della University of Illinois Urbana-Champaign (UIUC) a fondare Bump, una società no profit che ha come mission quella di creare protesi per amputazioni agli arti in paesi in via di sviluppo e di andare in particolare nella direzione di colmare il gap tecnologico esistente in questo tipo di prodotti.

La sfida, ancora aperta, consiste nello studiare tecnologie semplici e nella realizzazione e impianto di protesi con caratteristiche particolari quali l’adattabilità alle esigenze specifiche del paziente (no fabbricazione custom), la facilità di manutenzione e l’utilizzo di materiali poco costosi.

OpenSocket

OpenSocket, la protesi transradiale realizzata dal team di Bump, rappresenta un primo risultato di questo difficile esercizio ancora in corso. Questa protesi ha come target di pazienti persone adulte con amputazioni o malformazioni congenite di arto superiore ed in particolare che interessano la parte di arto al di sotto del gomito.

opensocket

I punti di forza di questa protesi sono:

  • La versatilità: tramite una chiusura a strappo è possibile infatti adattare la protesi a diverse dimensioni di arto e corporatura del paziente. In questo modo non è necessaria una realizzazione del prodotto personalizzata per singolo paziente.
  • Il multistrato in plastica e tessuto di cui è composta la protesi garantisce sia rigidità che comfort.
  • La struttura a strati sovrapposti di plastica garantisce inoltre alla protesi di aderire perfettamente all’arto del paziente.
  • L’ottimizzazione dei costi è infine un aspetto davvero fondamentale. Open Socket infatti costa circa 500$ contro i 5000 $ di una protesi tradizionale realizzata negli USA.

Il video che vedrete di seguito vuole rappresentare la facilità di installazione della protesi e la sua adattabilità a diverse tipologie di pazienti.

 

Il prodotto viene messo a disposizione di organizzazioni umanitarie che possano facilmente intercettare e raggiungere i pazienti che necessitino di protesi. Uno step molto importante per la diffusione del prodotto è la corretta formazione di questi soggetti. Il loro compito è quello di applicare la protesi e seguire nel tempo i pazienti per monitorarne l’evoluzione.

Evidentemente la progettazione della protesi, la sua realizzazione ed il testing non sono infatti sufficienti a centrare l’obiettivo di diminuire la densità degli “hot spot” della mappa mostrata sopra. Un elemento fondamentale riguarda l’educazione dei pazienti alla confidenza verso il prodotto, alla manutenzione e alla gestione della protesi stessa che deve necessariamente passare attraverso una buona comunicazione tra chi realizza la protesi, chi la offre all’utilizzatore finale ed il paziente stesso.

Open Socket è già utilizzata da diversi pazienti in dieci paesi del mondo tra cui Guatemala, Honduras, El Salvador e Sierra Leone. Penso che la storia descritta in questo video possa riassumere al meglio quanto è già stato realizzato.

 

I prossimi passi

Il prossimo obiettivo di Bump sarà la realizzazione di una protesi per bambini. Invito tutti a seguirne il percorso attraverso il blog a questo indirizzo.

L’esperienza di Bump, in piccola scala, propone uno schema operativo che ci auspichiamo si possa applicare a più ampio raggio nell’esplorazione di questa e di altre realtà in cui si riscontra un vuoto tecnologico nei paesi in via di sviluppo e che possa stimolare nuove iniziative analoghe.

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Informazioni autore

Claudia Tizzoni

Laureata in Ingegneria Energetica nel 2007 presso il Politecnico di Torino. Durante i suoi studi ed in seguito alla laurea ha sempre approfondito tematiche di carattere biomedico con particolare interesse per l’approvvigionamento energetico degli organi artificiali e per l’applicazione delle tecnologie biomediche ai paesi in via di sviluppo. Attualmente si occupa di trasporto di gas naturale e nel tempo libero coltiva la sua grande passione per la biomedica!

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